Amnesia: 23

La prima cosa con cui bisogna fare i conti sono i pronomi personali. Quei ci bastardi, quei noi che ti pugnalano alle spalle.

Lista non esaustiva delle possibili situazioni che possono aver spinto V. ad andarsene.
 

- Era stanco di me. O della stanza. O di tutta la situazione in generale.

- Non gli bastavo più, in fondo sapeva che non avrei accettato che volesse fare sesso con altri né tanto meno un lacrimevole addio, così mi ha lasciato a rimettermi insieme nella sua stanza mentre viaggiava chissà dove, chissà con chi.

- V. non è mai esistito. Era solo un parto della mia immaginazione che, frustrata da tutta quella solitudine, ha messo in piedi un adorabile e spietata messa in scena dei miei ideali relazionali, complete di dettagli esaustivi sulla storia di sua madre drogata e anaffettiva, tatuaggi, amici, preferenze sessuali, gusti, l’odore della pelle e quant’altro.

- E’ uscito per comprare qualcosa ed è stato investito da un tram.

- Era solo un amante occasionale su cui, come mio solito, ho dipinto tutta una serie di qualità ed intenzioni che non gli sono mai appartenute.

- Sono stato io ad andarmene, per qualche ragione. V. è ancora nella sua stanza, ad aspettarmi.

- Il gioco è finito.



(Tutto su Amnesia)

E’ ancora come essere quel bambino che correva nel cortile sotto casa e nelle terre che lo circondavano. Intrufolarsi fra le fila di siepi ordinate e graffiarsi gambe e braccia, scoprire foglie di forme mai viste e colori quasi finti, frutti marcescenti e mosche che ronzano intorno. Il confine invalicabile delle terre coltivate, che erano quasi sacre e quindi fuori dalla portata del mio parco giochi personale. Trovare nuovi nascondigli, la casa sull’albero, il cielo bellissimo, i cani che ti leccano la faccia, star fuori in quei pochi metri quadrati che sembravano lande sterminate fino all’urlo della mamma quando la cena era pronta, per tutta l’estate.

Amnesia: 22

Mi sentivo nudo solo quando spiavi da sopra la mia spalla quello che scrivevo sul foglio che avevo trovato ai piedi del letto.Ti sentivi allo scoperto solo quando ti guardavo negli occhi e quando lo facevo scoppiavi a ridere e la prima volta che l’hai fatto ho pensato che eri bellissimo.

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Non trovi triste che i luoghi dove siamo stati felici finiscono sempre per diventarci indifferenti? Nella mia vecchia città ho almeno cinque o sei posti che ho ritenuto speciali. Certo, quando ci ricapito ci penso, ma non riesco a sentire niente di quello che provavo allora; quel senso di appartenenza, di pezzi che si incastrano a formare un quadro armonico. Come se certe cose, sedimentandosi nel cervello, diventassero solo pallide imitazioni, fredde e sterili. Invece i ricordi che ho di te mi aprono squarci nel petto, i lividi riaffiorano sulla pelle. Ogni volta. Non potevo dimenticare la stanza, né tutti quei surrogati spaziali che ci eravamo ritagliati nel mondo una volta usciti fuori; il bagno del ristorante, la libreria, eccetera eccetera: ci tornavo ogni notte, in ogni sogno. 
Non sapevo più dove fosse, la tua stanza, né tanto meno cosa fosse stata. Forse era solo il primo posto dove mi ero sentito a casa dopo tanto, tanto tempo. Per questo dovevo andarmene. E forse avrei dovuto farlo prima che te ne andassi tu, nel vano tentativo di mantenere un contegno, quell’immagine patinata che ho di me stesso, forte e inattaccabile. Che stupido che sono. E che stupidi eravamo stati a crederci diversi, speciali. Non eravamo stati altro che un cliché. Avevamo dimenticato tutto e tutti sull’altare del nostro esperimento. Cosa c’era poi di diverso tra noi e ogni altra stupida coppietta qualunque?

La nostra sacra bolla di sapone, tutta colorata quanto artificiale, era esplosa. Non c’era più nessuna stanza  in cui tornare. Non c’erano più i nostri corpi da abbracciare. Né l’intimità, la quotidianità, la noia. Quel mondo perfetto, puff!, sparito. Forse eravamo semplicemente arrivati a quel punto in cui o tutto o niente. Avevamo optato per niente. Anzi, per il contrario di noi stessi, il nostro negativo. Ci era, anzi, mi era rimasto solo il marcio.

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“Abbiamo viaggiato molto, finché non potevamo andare da nessun’altra parte. E poi è finita. Per ché o finiva lì o durava per sempre. Così sono tornata a casa.” (Cassie)

I’ve been tagged by thetimeisturning :3 and no, unfortunately it’s not the ice bucket challenge.

Name: Alessandro

Nickname: Jonah

Birthday; November 25th

Gender: male.

Sexuality: it’s 2014, dude, who cares

Height: 175 cm.

Time zone: CEST (??)

What time and date is it there: September 3rd; 10:05

Average hours of sleep I get each night: gotta sleep at least 8 hours

The last thing I Googled was: “Variazione diamesica.”

First word that comes to mind: fuck

What I last said to a family member: “fuck, where are my painkillers?”

One place that makes me happy & why: it’s usually a place I’ve never been to and I know nothing about.

Favorite beverage: COFFEE

Last movie I watched in the cinema: yeah, let’s not talk about the weird formulation of this question, okay? Maleficent, btw

Three things I can’t live without: Coffee, cigarettes, laptop + wifi

Something I plan on learning: Norwegian & piano playing. I mean, getting better at those things.

A piece of advice for all my followers: Tequila.

You all have to listen to this song: Well, “The Romanovs - China Shop”, obviously. 


My blog(s): This one is more than enough.

and I tag each and every one of you. :3