lacasadellecose:

Ma la gente non potrebbe laurearsi in maniera discreta, in silenzio, senza fare festoni e festini dove inevitabilmente la gente ti chiederà “e a te, quanti esami ti mancano?” che non sanno che questa domanda non si fa mai, MAI, come non si chiede a una donna quanti mesi mancano se non sei sicura che è incinta?

Voi direte, e perchè, tu quando ti laureerai non festeggerai come un matto?

NO!

Perchè l’avrò fatto con un tale ritardo che l’unica azienda disposta ad assumermi sarà Trenitalia.

SBAM.

Amnesia: 18

V:  «Non era poi silenzioso come pensava. Non lasciava molto spazio al silenzio. Forse era per questo che i suoi silenzi erano così eloquenti. Era animato di energia. Ma immobile. Rannicchiato su se stesso a scrivere. Masturbazione. Mi tradiva con i fogli bianchi. Più o meno. Non ricordo più come fosse questa stanza prima. Vuota? Forse era diventata più grande per accogliere le sue cose. La sua presenza. Mi faceva sentire tranquillo. Era strano. Io non sono tranquillo con me. Ma era un cambiamento piacevole. Mi piaceva. Non essere più solo. Era un cambiamento piacevole. Era una continua creazione. Un continuo cambiamento. Evoluzione. Non faceva mai molte domande. Sembra una cosa stupida. Se non si fanno domande non si scopre nulla di nuovo. E lui imparava di continuo. Ma non chiedeva mai direttamente. Capiva. In silenzio. Quei suoi silenzi eloquenti. Aveva capito come tenermi la mano sul petto durante le crisi. Ne avevo avute alcune. All’inizio. Lui aveva capito. Non so come. Che non doveva starmi lontano. Che doveva premermi la mano sul petto. Sul cuore. Mi bisbigliava parole sul collo. Chissà quali parole. Non le ricordo. Mi calmava. Ad ogni modo. Non ne avevamo mai parlato davvero. Il panico saliva. Il panico esplodeva. Respiro velocissimo. Mano sul petto. Parole sul collo. Il panico calava. Andava a nascondersi. Lui scriveva. C’era la musica. Sempre. Anche nel silenzio. Io guardavo fuori. Seduto sul pavimento. Mi dondolavo. Cantavo. Sono stonato. La luce attraverso le veneziane. Strisce arancioni di tramonto alternate al nero d’ombra. Sulla mia pelle. Io guardavo fuori. Io ero fuori.
Eppure lui era ancora lì. Era lì. Lui. »

(Altre Amnesie)

Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato”. Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.

Vittorio Arrigoni, Restiamo umani (via desolazionegiovanile)

Rebloggato quando morì Vittorio Arrigoni, ma sempre attuale, purtroppo.

(via noneun)

(via nonsichiudeunabissoconaria)